Interni Magazine

INteriors&architecture

L’ANELLO MANCANTE DI TOYO ITO

progetto di Toyo Ito & Associates, Architects
con la collaborazione di Christian de Groote, Arquitectos
foto e testo di Sergio Pirrone

UNA VILLA DI CEMENTO BIANCO E VETRO. SEGNI PARTICOLARI: GLI SPAZI COMUNI CHE RUOTANO E SI INCLINANO, QUELLI PRIVATI CHE CONTEMPLANO LE MONTAGNE. WHITE O È LA NONA OPERA DI OCHOALCUBO, PIONIERISTICO COMPLESSO RESIDENZIALE A MARBELLA, IN CILE. QUI TOYO ITO HA REALIZZATO IL SUO PRIMO PROGETTO SUDAMERICANO.
83 no, molto di più. Erano gli anni di Toyo Ito quando Edoardo Godoy lo conobbe alla Biennale di Venezia e gli raccontò di quel suo sogno cominciato qualche anno prima a Marbella, cittadina a nordovest di Santiago, adagiata tra colline panoramiche e campi da golf. 8 architetti cileni ed un paesaggista si erano messi attorno ad un tavolo ed avevano discusso di come realizzare la prima delle 8 fasi del progetto armonico. Era un’idea pionieristica, quella di comprare un grande lotto di terra, chiamarlo Ocho al Cubo, arricchirlo di 8 progetti residenziali che insieme raccontassero della propria individualità, ascoltando quella degli altri attraverso un armonico linguaggio distintamente cileno. Le 8 case sarebbero state vendute a 8 clienti interessati a quel luogo e desiderosi di raccontare il bello del Cile, quello che non è solo natura meravigliosa, ma anche lavoro degli uomini. Sarebbe stato un percorso la cui prima fase prevedeva 8 ville di cemento di 250-300 mq per 8 architetti cileni, che avrebbero passato il testimone ad altri 8 architetti internazionali nella seconda, per altre 8 ville sempre di cemento ma di 400 mq. Toyo Ito doveva essere il primo e rispose “no, grazie”. Poi, ci ripensò. Sarebbe stato il suo primo progetto sudamericano, rara opera residenziale dello sperimentatore giocoso. Poteva dare il suo contributo ad un’idea bella e, a 33 anni dalla sua White U, trovare l’anello mancante, chiudere quel cerchio lasciato aperto. Arrivato sul sito di Ocho al Cubo, si rese conto che quel ferro di cavallo interrato, e chiuso nel dolore di una sorella che aveva appena perso il padre delle proprie figlie, poteva aprirsi qui alla gioia di un paesaggio mozzafiato. Il lotto scendeva verso valle e, oltre le ville d’architetti come Sebastian Irarrazaval, Smilian Radic, Mathias Klotz e Christian De Groote, guardava alle montagne di nordest. Copertura orizzontale ed elementi verticali erano i vincoli ortogonali di un manufatto che invece avrebbe poggiato sopra un inarcamento naturale. Linea retta su curva, cemento bianco su prato verde, il contrasto di un volume che né nascondeva, né apriva, ma lasciava intravedere un mondo interiore. Quello delle prime opere di Le Corbusier, dei suoi pilotis sotto facciate modulari, coscienza autorevole del girotondo leggero di uno spazio circolare fluido, mai esclusivamente interno, né ingenuamente esterno. Sedotto dai contrasti, che mai delimitano e sempre schiudono alla sorpresa, nella scoperta dell’altro, Toyo irrigidisce il fronte principale con una griglia asimmetrica che racchiude il vano macchina e i 3 sottopassaggi d’entrata a piano terra, mentre apre il secondo livello alle 3 camere da letto che s’inondano di luce del mattino. Sinuoso, il viale di pietra s’intrufola nell’ombra, le pupille non fanno in tempo a spalancarsi che, di colpo, si restringono sotto un cielo a forma di O. La valle è rimasta fuori, ma è ancora lì, tra terra e rampa, tra rampa e copertura, oltre l’ombra e sopra e sotto i pannelli opachi e turchesi della zona notte. Davanti c’è ora un mondo che si dilata e si contrae, come quella stessa pupilla sorpresa dai disegni del sole. Il piano orizzontale dondola attorno al patio irregolare che è un interno a cielo aperto. Accarezzato dalla membrana vetrata continua, che curva una prima volta, una seconda, respira di salone e zona pranzo, per poi nascondersi in una cucina schiva. Adiacente, sempre tra linea retta e curva, così come tutta la composizione planimetrica, la scala porta giù a quella che doveva essere la dependance per la governante, e in seguito diventato nido riparato per la terza figlia. Dall’alto, White O assomiglia ad un anello, quello mancante. Mentre dal tetto del vicino, sulla villa progettata da Teodoro Fernandez, il prato con piscina oculare ci suggerisce che Ocho al Cubo è molto di più.

 



la bacinella H2O di Lorenzo Damiani e il mobile fossile moderno di Massimiliano Damiani.

n. 598 gennaio


ADVERTISEMENT